Gianni Rodari
C'era due volte il barone Lamberto,
Einaudi ragazzi
Adatto per bambini e bambine a partire dai dieci anni
Lussemburgo, la piccola libreria
italiana (LIL): calda, accogliente, piena di tesori preziosi.
Entro e mi sento a casa. Ogni
volta che varco la porta a vetri di questo nido, rischio di perdere tutto lo
stipendio e mi devo trattenere, bloccare le mani e frenare l’impulso di
comprare libri per bambini a volontà: sono stata di nuovo folgorata dalla mia passione,
che era in letargo, accucciata nel mio cuore in questi due anni di familiarizzazione
del nuovo universo.
La ragazza che gestisce la libreria è una vera libraia, è
un grande piacere parlare con lei, Silvia: non è come acquistare libri alla
Feltrinelli o altrove. Lei c’è, non è un’impiegata, non è una mercante; è
pienamente immersa nel suo mestiere, con il sorriso.
Avevo dimenticato cosa
volesse dire frequentare una vera libreria che è anche uno spazio di incontri,
di scambio, di eventi culturali: un luogo dell’anima per chi ama leggere e
maneggiare libri cartacei, annusarli, assaporarli voltando pagine reali,
luminose per le parole.
Durante il confinamento Silvia portava i libri nelle
case, fisicamente, porta per porta: la libraia quindi non ha mai interrotto il
dialogo con i suoi clienti ma sicuramente ha un altro gusto uscire di casa,
avventurarsi nelle stradine della città bassa, il Grund, diretti al numero 11
di rue Saint Ulric per andarla a trovare.
Il locale è piccolo ma raccolto e sembra dilatarsi a
dismisura perché appena entri sai che puoi sostare a lungo, prendere tutto il tempo che ti serve per
guardare gli scaffali. Gli avventori sono quasi tutti italiani, ma non solo.
Siamo ancora tanti qui a Lussemburgo, atterrati su questo pianeta finanziario
per varie ragioni e spinti da diverse motivazioni. Lo sapevo, ma ogni volta mi
sento come in uno spazio senza porte e confini, un po’ frastornata quando sento
parlare italiano intorno a me, quando distinguo voci sonore che formulano
richieste di titoli. Magari sono
bancari, assicuratori, statisti, dirigenti o impiegati della Ferrero e di
Amazon, funzionari europei, ma lì ognuno perde il proprio titolo e ciò rende
speciali i luoghi come questo, posti unici per chi desidera intrattenere ancora
un legame con la magia dei libri stampati.
Da novembre 2018 insegno alla Scuola Europea, maestra unica
di una classe italiana. La ricerca dei libri è dunque per loro, i miei alunni. I
bambini e le bambine con cui lavoro sono tutti poliglotti, sanno parlare e
leggere in più lingue, minimo tre. Tengo
tantissimo a coltivare con loro la passione per la lettura gratuita, senza
obblighi di aride schede e riassunti demoralizzanti. Non ho potuto traslocare tutti i miei
scaffali di libri per ragazzi e così sono stata “costretta” a trovare un
“rimedio” alla mancanza. Se ho bisogno di un titolo sono sicura di trovarlo da
Silvia. Uno dei primi libri acquistati in questa libreria (e recapitati a
domicilio) è stato “C’era due volte il barone Lamberto” di Gianni Rodari,
divorato in un soffio, letto e riletto, anche ad alta voce per me sola.

Durante il confinamento la lettura per puro diletto è stata
impresa ardua, le ragioni sono tutte ancora da esplorare. Mi ha aiutato moltissimo RaiPlay Radio,
l’archivio ricchissimo di romanzi della rubrica Ad alta voce di Radio Tre. Per rilassarmi e distendere la tensione dal lavoro prolungato al computer, ho cominciato a leggere con le orecchie libri
parlanti, alcuni dei quali conoscevo già. È così che sono stata incantata dal
timbro di Manuela Mandracchia che ha donato il suo talento per dare vita palpitante al barone Cosimo di Rondò e al bizzarro, stravagante barone Lamberto
dell’isola di San Giulio. Non mi stancherei mai di ascoltarla: la sonorità
cristallina, la dizione precisa e calda della Mandracchia è stata come un
balsamo e ha riaperto fessure, varchi, ha scompigliato le carte e fatto
riaffiorare quel gusto immenso, potente di offrire la propria voce per leggere
per altri. Soprattutto, ha scatenato esplosioni di risate e soffiato in casa
molto buon umore. Da qui è scattata la molla di leggere ad alta voce per i miei
alunni a casa. Il nuovo tesoro scoperto alla radio l’ho tenuto però in serbo
per quando saremmo rientrati a scuola, perché desideravo un coinvolgimento
speciale, una condivisione in presenza per questo romanzo, che stranamente non
avevo mai letto da bambina e da ragazza.
Il libro sorprendente di Rodari l’ho potuto leggere solo a
settembre 2020, con una nuova classe, una quinta numerosissima che ha amato, come
prevedevo, la storia e tutto quello che essa suscita, in chi legge e in chi
ascolta. Non nascondo che in me risuonava ancora lo stile della Mandracchia; ho
dovuto cercarne uno mio, ma il ritmo, l’intonazione, i picchi e le pause,
l’intensità nei dialoghi li ho mutuati in parte da lei.
In mezzo alle montagne c’è il lago d’Orta. In mezzo al
lago d’Orta, ma non proprio a metà, c’è l’isola di San Giulio. Sull’isola di
San Giulio c’è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio, assai
ricco, sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro.
Lamberto è un signore parecchio eccentrico. È
ipocondriaco ma in fondo è affezionato alle sue malattie, che tiene
sotto controllo facendone una verifica minuziosa attraverso un bizzarro
appello, cui partecipa il suo maggiordomo Anselmo. Ogni anno, in inverno,
Lamberto e Anselmo vanno in Egitto, per scaldare le ossa. La nostra storia
comincia proprio così, con una breve presentazione del protagonista e con un
incontro surreale sulle rive del Nilo. Qui i due viaggiatori si imbattono in un
santone arabo, che pronuncia una formula magica, un segreto dei faraoni, che
sarà l’antefatto di tutta la rocambolesca vicenda che anima il romanzo.
L’uomo il cui nome
è pronunciato resta in vita.
In seguito a tale incontro inaspettato il barone e il
maggiordomo volano di corsa a casa e qui iniziano una serie di esperimenti. Lamberto
assume sei persone, che vivranno nelle soffitte della villa, ben nascoste: guai
a rivelare questo segreto a chiunque. I suoi misteriosi impiegati, pagati
profumatamente, svolgeranno un ruolo fondamentale nello sviluppo degli eventi.
Il loro lavoro consiste nel pronunciare ad alta voce il nome del barone, senza
alcuna interruzione, di giorno e di notte. I sei dipendenti devono fare i
turni, darsi il cambio, in quanto è assai faticoso ed usurante pronunciare
senza sosta un nome ad alta voce. Una fitta rete di fili e di altoparlanti
attraversa la villa, portando in ogni stanza, in ogni angolo della casa, la
voce dei “dicitori” che pronunciano sempre la stessa parola, un nome proprio:
Lamberto,
Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto…
Ma non devono distrarsi, perdere
il filo. Soprattutto, non devono abbassare la guardia, non si devono permettere
di pronunciare il nome senza convinzione, con stanchezza, con tono noioso,
togliendo valore alle sillabe, invertendo o saltando delle lettere, spostando
gli accenti. Il barone controlla la pronuncia, annota il nome di chi deve
essere redarguito e/o invitato a far sentire con forza la maiuscola del nome.
Mentre lavorano, i dicitori
possono dedicarsi ad altre faccende, per non annoiarsi, per tenersi svegli. In
cambio dell’insolito lavoro, di cui non conoscono ragioni e prodotto, ricevono
un lauto stipendio più vitto, alloggio e caramelle a volontà. Una signora in particolare si
pone domande, Delfina. Si chiede per quale motivo devono pronunciare sempre lo
stesso nome. Gli altri cinque non le badano molto: in cambio di quella paga,
tirano avanti a fare ciò che gli viene chiesto e si tengono occupati pescando
dalle finestre o lavorando a maglia.
Lamberto,
Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto…
Col passar del tempo
comincia a vedersi il “prodotto” di tale insensata fatica: se ne accorgono i lettori, perché i dicitori sono all'oscuro di tutto.
Lamberto inizia a star meglio, il numero delle malattie
diminuisce a vista d’occhio e, a vista d’occhio, Lamberto ringiovanisce.
Recuperando forza e bellezza, levigatezza di pelle e brillantezza di capelli,
energia fisica e mentale, Lamberto sembra cambiare anche su altri aspetti. Si
dedica allo sport, va a nuotare nel lago, fa ginnastica, è sempre attivo in
qualcosa. Nel frattempo, gli amministratori delle sue ventiquattro banche,
anche loro di nome Lamberto, amministrano le sue ricchezze. Nel frattempo,
Delfina è sempre più perplessa e in soffitta si continua a lavorare,
instancabilmente.
Avvengono dei colpi di scena. Il romanzo è pieno di
sorprese, che suscitano risate a non finire, a patto che il lettore legga con ritmo
e con enfasi, con intenzione, non sbagli nulla, non confonda le voci dei
personaggi, che sono tantissimi. Una bellissima fatica.
Non voglio rovinare il gusto della sorpresa, rivelare tutti
i segreti del libro né svelare del tutto il finale. Sarebbe una perdita per il
lettore. Mi preme raccontare ciò che è accaduto in classe e cosa è arrivato ai
bambini e alle bambine, senza nessuna mia sollecitazione.
In qualche modo la formula del santone arabo ha agito su
tutti. Su di me, che prestavo le voci, e sui bambini. Non leggo quasi mai
seduta. Questo romanzo, poi, è impossibile da leggere stando fermi e composti.
Lamberto si muove, si agita, attraversa il tempo e inevitabilmente ci si muove
con lui.
Leggevo camminando, saltellando, animandomi tutta, voce e
corpo, immergendomi di nuovo nella storia e nella sonorità dei timbri cangianti
delle voci dei personaggi assorbite alla radio: le udivo ancora dentro di me, come un rapimento.
Senza che lo suggerissi, i bambini hanno cominciato a
diventare loro stessi dei dicitori e quando stavo per leggere il nome Lamberto
ripetuto ai microfoni della villa, ecco che quel nome proprio di persona
riecheggiava fragorosamente nell’aula: i bambini attaccavano tutti insieme a
ripetere
Lamberto,
Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto, Lamberto…
Per tutto il tempo in cui abbiamo letto il libro, i bambini
e le bambine hanno partecipato alla lettura, all’ascolto, alle vicende del
romanzo. Abbiamo riso tanto, tantissimo. Se ami un libro lo puoi leggere
un’infinità di volte, senza mai annoiarti; lo puoi leggere in piedi,
muovendoti, lo puoi leggere ad alta voce, con una mascherina sul viso.
Mentre leggevo, mi accorgevo che stava accadendo qualcosa,
in loro e in me: un barlume di consapevolezza ci ha investito: nominare
qualcuno lo rende vivo, ancora più vivo di quanto non sia già.
Il segreto dei faraoni lo stavamo comprendendo nello stesso
momento, senza rivelarlo: il nostro nome ci definisce, ci completa, è un
elemento fondante la nostra vita, qualifica il nostro esserci qui ed ora.
Un giorno, non ricordo come sia successo, chiuso un
capitolo, ho iniziato a pronunciare il nome proprio dei bambini, passando da
uno all’altra. Mi hanno seguita e s’è creato quel caos bellissimo che benedico
sempre nel mio mestiere.
Il nome proprio, che sia di genere maschile o femminile, non
è un elemento dell’analisi grammaticale. È Lamberto il suo senso. Rodari ci ha
fatto un dono impagabile.

Nominare qualcuno ad alta voce, dire il nome,
pronunciarlo bene, con intenzionalità, non è un particolare trascurabile.
Difatti i bambini sono fierissimi quando noi insegnanti, già dal primo giorno
di scuola, ricordiamo tutti i loro nomi:
li riconosciamo e si riconoscono ascoltando il nome, sanno che sono lì e sono
parte di una storia di cui sono protagonisti.
Abbiamo provato anche a dire a turno ognuno il proprio nome, a
pronunciarlo bene, con consapevolezza: noi non ci chiamiamo mai, sono altri che
ci chiamano, che ci dicono.
Osservare
gli sguardi e le espressioni dei bambini mentre pronunciavano il loro stesso
nome proprio è stato magico. All’inizio c’era traccia di imbarazzo, di
perplessità. Progressivamente, alla soggezione e al dubbio si imponeva il
coraggio e anche il divertimento. L’ho
fatto anche io, come loro. In quell’occasione, dirmi, è stato incredibile. Io
ero lì, ero Io, insieme a un gruppo di bambini e insieme esistevamo.
L’uomo il cui nome
viene pronunciato resta in vita.
L’enigma del santone lo abbiamo
sbrogliato insieme a Lamberto, che alla fine del romanzo, rinato fanciullo, si
prepara ad essere una persona intera e spiazzerà tutti, anche i lettori. Ma
questo lo scoprirete da soli.
(Quando un libro amato termina,
rimane sempre un amaro in bocca. Si vorrebbe ricominciare. E allora suggerisco
di rileggerlo, magari cullati dall’ avvincente intenzionalità di Manuela
Mandracchia:
Iara Ciccarelli Dias