mercoledì 7 gennaio 2015

UNA SCUOLA LIBERTARIA DOVE RIFUGIARSI DALLA GUERRA



Eva Ibbotson 
Lo specchio delle libellule 
Salani, Milano, 2010
(titolo originale The Dragonfly Pool)
Traduzione di Paolo Antonio Livorati
Romanzo adatto a ragazzi e ragazze a partire dai dieci anni



Recensione di Iara Ciccarelli Dias
Lo specchio delle libellule1 non è un romanzo qualsiasi. È un'opera di fantasia, una storia d'avventura e, insieme, un romanzo di formazione con numerosi cenni storici: ci svela qualcosa della vita dell'autrice e qualcosa della storia dell'Europa durante la Seconda guerra mondiale.
Eva Ibbotson è nata in Austria nel 1925 ed è morta nel Regno Unito il 20 ottobre 2010. Il suo vero nome è Maria Charlotte Michelle Wiesner. A causa delle leggi antisemite, emigra giovanissima in Inghilterra. Qui frequenta per un certo periodo una scuola speciale di cui conserva vivi ricordi. Accade spesso che un luogo significativo nella vita di una persona si conservi intatto nella memoria con un potere evocativo molto forte. È quel che accade a Eva: una volta adulta, la scrittrice recupera il suo luogo magico restituendolo al lettore con candore e limpidezza, facendolo diventare protagonista inanimato ma centrale di una storia. 
 
Un'assemblea a Summerhill
All'inizio del romanzo Eva avverte il lettore che nella sua opera ha inserito un dato reale appartenente alla sua storia personale: la frequenza di una scuola progressista. La scuola libertaria Delterton Hall che compare nel libro è realmente esistita, seppure con un nome diverso: nella realtà si chiamava Dartington Hall School. Era una scuola non repressiva, come la più famosa Summerhill fondata da Alexander Neill. 

Al suo arrivo a Dartington Eva reagisce come la protagonista del romanzo, Tally, di undici anni, l'alter-ego della scrittrice. Stupore e smarrimento.Attraverso le lettere di Tally al padre ricostruiamo il profilo di una scuola che nel 1987 è stata chiusa per uno scandalo mal gestito. David Gribble2, con altri due colleghi, insieme a un gruppo di genitori e allievi, capirono che non si poteva perdere la sostanza del metodo educativo che si seguiva a Dartington e fondarono una nuova scuola, la Sands School, tuttora attiva. Storia e finzione si intrecciano senza soluzione di continuità: Eva condivide con il lettore la sua straordinaria esperienza in una scuola speciale dove le lezioni di biologia cominciavano alle quattro di mattina. Con lo sguardo incantato di Tally scopriamo i principi educativi che tuttora animano le scuole libertarie, conosciamo l'organizzazione interna, le assemblee democratiche, le attività, i corsi, i rapporti speciali tra alunni e insegnanti. Eva e Tally frequentano Dartington/Delterton durante la Seconda guerra mondiale, proprio quando il re d'Inghilterra annuncia alla radio l'entrata in guerra della nazione contro la Germania di Hitler. Dal tetto della terrazza della palestra Eva/Tally vede bruciare Plymouth, a cinquanta chilometri di distanza.

Tally arriva a Delterton senza sapere nulla della scuola che la ospiterà. È convinta che si tratti di un collegio per ricchi, uno di quelli frequentati dai suoi cugini, con tanto di regole impossibili, dormitori, scherzi notturni, divise e inchini al preside. Ma già alla stazione di Londra inizia a capire che il suo destino non sarà quello di frequentare una comune scuola privata per sole ragazze. Delterton ha la fama di essere un nido di ribelli, indisciplinati e promiscui ragazzi che danno del tu agli insegnanti: questi giudizi ricorrono spesso nel romanzo, a testimonianza di come venivano considerate le scuole libertarie. Scuole che ospitavano insieme ragazzi e ragazze e non differenziavano il tipo di istruzione in base al genere di appartenenza. I principi educativi di Delterton/Dartington animano tutte le pagine del romanzo, facendolo diventare qualcosa di palpitante e vivo nelle mani del lettore, che divorerà il libro con uno slancio e una passione simili a quelli di Eva mentre lo scriveva. 
 
Summerhill School
The dragonfly pool è un inno alla libertà dalle costrizioni, dagli obblighi di etichetta, dalla violenza dei sistemi totalitari, dalla furia arbitraria e cieca della guerra che ha colpito l'Europa intera. Delterton è il luogo dove è possibile capire chi si è e cosa si è in grado di fare; il luogo in cui si impara a riconoscere nel diritto alla libertà la condizione unica per vivere in equilibrio con se stessi. 
Mentre si susseguono le lezioni, Tally e i suoi amici ricevono l'invito a partecipare a un festival internazionale di danze popolari in una piccolissima nazione europea, la Bergania. Tally convince il preside a partecipare all'evento: bisogna andare assolutamente a rendere omaggio al re di questo minuscolo paese che con coraggio ha negato alle truppe di Hitler il permesso di attraversare i suoi confini in caso di guerra. In lei c'è una tale determinazione che contagia tutti. Una delegazione di studenti si prepara a partire. Con loro andrà Matteo, l'insegnante di biologia, che nasconde un segreto. Un segreto legato alla giovinezza del re. Matteo è un cittadino berganiano. Durante l'inaugurazione del festival viene ucciso il sovrano del paese, è un attentato alla libertà di un popolo. Il mandante dell'omicidio è la Gestapo. I ragazzi di Delterton, animati dallo straordinario istinto di Tally, aiutano Karil a fuggire: il principe ereditario al trono è in pericolo. Matteo, in nome dello stretto legame d'amicizia che lo univa al re, si assume la tutela del ragazzo e partecipa alla fuga. Non c'è da scherzare con i sicari assoldati dalla Gestapo. 
Il viaggio di ritorno in Inghilterra è pieno di insidie, ma anche di occasioni per dimostrare di che pasta sono fatti i ragazzi di Delderton. Tra loro c'è Kit, un ragazzino pauroso, timido, impacciato, represso, in perenne difficoltà con le non-regole della scuola. Durante il viaggio Kit avrà l'opportunità di aiutare Karil e di riconoscere dentro di sé uno spirito combattivo, coraggioso. Kit è importante nel romanzo, dà voce a quei ragazzi che hanno difficoltà a trovare in sé la forza per gestirsi in autonomia, senza che qualcuno da fuori dica e imponga confini, regole e comportamenti. All'inizio del romanzo Kit confida ai suoi amici qualcosa di molto importante per comprendere che la conquista della libertà non ha a che fare con l'apparente assenza di regole prescrittive: «A me non dà fastidio essere represso. Non mi piace quando mi dicono che posso fare quello che voglio. Io voglio che mi dicano che cosa fare.»3  
Un metodo d'insegnamento, una didattica, un modo di fare scuola non è valido di per sé, si misura sempre con i ragazzi con cui stabiliamo la relazione educativa. A volte, una didattica attiva libera da schemi precostituiti e riconoscibili può disorientare, confondere e agitare. Per alcuni bambini il passaggio dalla motivazione manipolata e coatta alla conquista della motivazione interna è più fluida; per altri il percorso è più complicato, lungo e irto di ostacoli, per sé e per gli adulti di riferimento. Sono aspetti cui tener conto, sempre. Non si può dare per scontato che un certo metodo possa andar bene per chiunque da subito. 
 
Il romanzo è lungo ma scorrevole e avvincente. Non posso rivelare tutti i colpi di scena, priverebbero il lettore del piacere della scoperta. 
Eva Ibbotson condisce il romanzo di simboli e di messaggi che non hanno nulla di retorico e istruttivo. È significativo per esempio l'inserimento del mito di Persefone e Demetra all'interno di una storia che racconta la lotta per l'autodeterminazione di un bambino perseguitato (Karil), di un piccolo paese ingannato (la Bergania) e di molte nazioni imprigionate in un conflitto mondiale. 
Il destino del singolo è legato al destino di tutti: il destino di Persefone ricade sulla Madre che disperata dimentica i suoi doveri e lascia che piante fiori ed erba muioano. I ragazzi di Delterton trovano che il mito sia «un argomento pertinente da affrontare in un momento in cui il mondo sembrava avere per la testa tutt'altro che rinnovarsi».4 
Nel mito c'è tutto: c'è il ciclo di morte e vita della natura. Tally e i suoi compagni lo comprendono e decidono di mettere in scena il rapimento e la rinascita di Persefone.

Recensione pubblicata in CE nella rubrica Letture,  n° 4/2014


1 Eva Ibbotson è stata una scrittrice poliedrica: ha scritto di streghe, fantasmi, creature improbabili, contesse segrete, principi in fuga, zie e istitutrici sorprendenti, viaggi avventurosi. In Italia è edita da Salani Editore.
2 David Gribble è il fondatore della Sands School. Per ulteriori informazioni si può leggere di lui e della scuola al seguente indirizzo: http://www.libera-unidea.org/foto%20mostra%20scuola/pannello%2017%2018%2019%2020%20-%20sands%20school.pdf
3 Lo specchio delle libellule, pagina 61.
4 Ibidem, pagina 92

martedì 9 settembre 2014

PRINCIPESSE E PRINCIPI


Titolo: Principessa Piccolina
Autore: Ulf Stark
Traduttore: Pino Costalunga
Illustratrice:  Carla Manea
Editore: Raffaello, nella collana Le Pepite


Consigliato a lettori di età compresa tra i cinque e i nove anni (e anche più)

Recensione di Iara Ciccarelli Dias



Due volte a settimana riempio il mio zaino di libri e vado a scuola rinfrancata da questo carico. Martedì e giovedì, oltre a lavorare nella “mia” classe faccio la supplente. Poiché non posso sapere in anticipo in quale classe andrò, il mio zaino è davvero molto pesante: contiene libri per bambini dai 6 ai 10 anni. Non posso fare affidamento su quel che troverò in aula, perché spesso nelle aule non ci sono libri visibili, se non quelli di testo o Geronimo Stilton. Forse ce ne sono altri nascosti?
Gli altri insegnanti che, come me, hanno delle ore a disposizione per le supplenze, fanno svolgere dei compiti, degli esercizi a seconda delle materie che “cadono” in quelle ore. Siccome mi trovo a fare qualcosa che secondo me non ha molto senso - coprire le assenze usando le due ore di compresenza - riempio quel tempo agendo un'obiezione in modo concreto: quel tempo lo impiego leggendo ad alta voce per i bambini.
Alcuni libri circolano tra bambini di età differenti suscitando curiosità piacere e divertimento. Dipende dalla storia, dai protagonisti, dalle illustrazioni. Alcuni libri piacciono sia ai maschi sia alle femmine, nonostante il titolo possa far pensare che siano adatti più a un genere che a un altro. Ma chi lo dice? In libreria troviamo libri pubblicati per ragioni commerciali. Libri che rafforzano stereotipi e diffondono idee di genere che si fa fatica a scardinare se non poniamo la dovuta attenzione alla scelta di altri libri nati da un pensiero diverso.
Illustrazione di Carla Manea
Penso a Principessa piccolina,1 per esempio. Lo sto leggendo spesso, sia nelle classi dei piccoli sia in terza e in quarta.
Come altri libri per bambine, racconta di una principessa. Chi sono che fanno che pensano le principesse delle fiabe e le principesse dei romanzi, dei film, dei cartoni confezionati apposta per reiterare un certo modello di donna? Chi sono che fanno che pensano le Barbie, le Monster High, le Winks anoressiche e alla moda, sull'onda del successo e sempre con un “principe” in mente?
Bisognerebbe fermarsi un attimo e pensare a delle attività centrate su questi personaggi. Non per sottrarre alle bambine e ai bambini la libertà di scegliere i loro modelli ma per cercare di capire se dietro a questi personaggi ci siano davvero dei modelli da “imitare”.
Le fiabe, i cartoni, le serie televisive, i film d'animazione hanno plasmato la nostra immaginazione a tal punto che se pensiamo a una principessa ce la rappresentiamo con il corpo perfetto e con le caratteristiche “tipiche” del personaggio. Diversamente impegnate in faccende domestiche o trascinandosi in lavori diversi, forse non appassionanti, le “principesse” cui siamo abituati aspettano e sognano che un “principe”, obnubilato dalla loro bellezza esteriore, le porti via in un “reame” dove tutto ricalca un certo schema e risponde a delle attese precostituite. L'idea secondo cui una ragazza abbia un certo successo sociale se accompagnata a un uomo è ancora molto radicata. Questa rappresentazione della donna, spesso contenuta nel modello della principessa, è pericoloso. Anche le pubblicità intervengono a rafforzare il sortilegio” secondo cui una donna dovrebbe preoccuparsi di mantenere intatto il proprio corpo, inalterata la propria bellezza per poter conquistare un uomo e per conservare il fascino ammaliatore.
Nessun bambino e bambina si immagina una principessa diversa da quella conosciuta nei libri: non di certo può aspettarsi una principessa nana, come la protagonista di Principessa piccolina. È un libro che non suscita esclamazioni di protesta da parte dei maschi: piace molto anche a loro per il modo in cui sono tratteggiati i personaggi, per il modo in cui è raccontata la storia.  
Ho scoperto questo libro un anno fa a Bologna, durante un incontro sulla letteratura svedese per l'infanzia2. Erano presenti l'editore, l'autore e il traduttore, Pino Costalunga3. In quell'occasione è stato presentato Principessa piccolina, che mi ha colpito subito anche per la leggenda che ha ispirato la storia. 
Ulf Stark e Pino Costalunga sono amici.
Pino Costalunga e Ulf Stark
 
Parlano tra loro in svedese. Durante un viaggio di Ulf a Vicenza, Pino lo porta a fare una gita a Monte Berico, la collina che sovrasta la città. Di fronte a un alto muro di cinta con sopra una fila di nani, Pino racconta la leggenda di Jana, la principessa nana che si dice sia vissuta nella villa nascosta dalle mura. La leggenda è molto triste: racconta di una ragazza nana innamorata di un principe. Consapevole di non poter mai coronare la sua storia d'amore a causa del suo aspetto fisico, Jana alla fine si uccide gettandosi dalla torre. A Ulf il finale non piace e così decide di riscrivere la storia così come la leggiamo nel libro. 
Quando prendo in mano Principessa piccolina di solito maschero il titolo. Apro il libro dopo aver raccontato di una villa in cima a una collina dove si dice che un tempo sia vissuta una bambina di nome Jahviz, che nella lingua del regno in cui è nata significa “bellissima sorpresa”.
Nella storia agisce una coppia reale, bizzarra e comica. Oltre al re e alla regina c'è anche una maga/strega molto permalosa. 

Illustrazione di Carla Manea
Dopo vari tentativi di rimanere incinta, dopo aver consultato medici e sapienti di ogni sorta, la coppia reale si rivolge a una strega che però viene accolta con sufficienza dal re, diffidente dei suoi poteri. La tracotanza dell'uomo indispettisce la maga che esaudirà il desiderio di un figlio facendo sì che il sogno della coppia reale di avere un “piccolino” si realizzi prendendo alla lettera la parola pronunciata dalla regina. E così, dopo nove mesi nascerà una bambina che a otto anni non crescerà più di statura.
Jahviz cresce poco e niente ma ha una voce incantevole, canta in modo unico, riesce a incantare tutti, tanto che a sentire la sua voce gli animali nella campagna intorno rispondono per mostrare la loro bravura e il pane del fornaio lievita da solo per l'allegria che si respira nell'aria.
Jahviz vive dentro al palazzo, in un'ala ristrutturata apposta per non farle pesare troppo la differenza di statura: tutto il mobilio è proporzionato alle sue dimensioni. La ragazza sa di essere una principessa piccolina ma non si dispera. Trascorre il tempo leggendo, cantando e giocando con un topolino che svolgerà il ruolo di suo aiutante. Di certo non sta in attesa del suo principe, non lo sogna, non se lo immagina neanche.
La sua voce attirerà al palazzo un giovane principe che solo a sentirla cantare se ne innamora senza averla vista. Il re e la regina vogliono dissuadere il ragazzo che si dichiara pronto a sposarla. Lo metteranno alla prova sfidandolo in tre imprese impossibili. Jahviz che ha ascoltato tutto il dialogo tra i genitori e il giovane, decide di aiutarlo. A questo punto emerge il carattere del principe, per niente vanitoso, per niente arrogante. Risulta invece molto simpatico ai bambini che ridono e si divertono ad ascoltare le sue prodezze: infatti non riuscirebbe a cavarsela se non intervenisse sempre la principessa a trarlo d'impiccio e a fargli vincere la sfida. 
Al momento di incontrarlo peròla principessa si rifiuta di farsi vedere perché è convinta che il suo aspetto lo farà fuggire.
Illustrazione di Carla Manea
Dal palazzo Jahviz guarda la nave di lui salpare dal porto e prendere il largo. Non sa però che il principe è rimasto a terra deciso a sfidare il suo timore, determinato a incontrarla suo malgrado. Alla fine della storia il principe si presenterà a lei senza tentennamenti: il suo istinto gli dice che una ragazza con una voce così splendida non può che essere una creatura bellissima, a prescindere dall'aspetto e dalla statura. 
 
La storia raccontata da Ulf Stark dunque cambia completamente le sorti della protagonista della leggenda: Jahviz agli occhi del principe è grande perché occupa tutto il suo mondo, perché è capace solo con la voce di attirare persone e animali che si raccolgono alla sua finestra per ascoltarla cantare.
Alla fine della storia i bambini spesso rimangono in silenzio. Finora non ho sentito alcun commento sulla statura della principessa, sul fatto che fosse nana.
Spesso i bambini chiedono di poter fare dei disegni della storia ma il tempo a mia disposizione termina con il finale del libro. Riesco a malapena a chiedere loro quale potrebbe essere il titolo del libro. Le voci si accavallano gridando: «La principessa piccola! La principessa nana! La principessa piccolina!». 

Recensione scritta a maggio 2014 e pubblicata nel n° 3/2014 di CE, la rivista pedagogica e culturale del MCE

1 Ulf Stark, Principessa piccolina, Raffaello Editore, collana Le pepite, 2012. Traduzione dallo svedese di Pino Costalunga
2 Si può leggere dell'incontro bolognese al seguente indirizzo: http://lestoriecheamo.blogspot.it/2013/10/svezia-ad-alta-voce.html#more e sul n.3/2013 di CE.
3 Pino Costalunga, vicentino, è regista, attore e formatore. Responsabile artistico di Glossa Teatro di Vicenza, (http://www.glossateatro.it/) lavora molto come lettore animatore/promotore della lettura per bambini, ragazzi e adulti e cura corsi sul tema.

mercoledì 21 maggio 2014

RACCONTARE GLI ADOLESCENTI



Recensione di Iara Ciccarelli Dias 


Due casi disperati, Bur Ragazzi, 2009
Ora di Crescere, Bur Ragazzi, 2009
Che stress, Salani, 2006
Bonsai, Salani, 2005 

Romanzi consigliati per ragazzi di età compresa tra i 12 e i 14 anni


Ci sono scrittori capaci di far uscire i personaggi dalla carta e mostrarceli nella loro autenticità. Ci sono scrittrici coraggiose che raccontano senza mistificazioni di argomenti complessi, come l'adolescenza.
Christine Nöstlinger crea un mondo da rappresentare senza scorciatoie, senza ricorrere a un linguaggio ovvio e prevedibile. Lei va al fondo delle cose, delle vicende, dei personaggi che scandaglia fino a farne emergere le stranezze, le stravaganze, i lati bui e non simpatici. Il linguaggio è schietto, frizzante, empatico, reale. Tuttavia, (…) non c'è il desiderio ossessivo di “raccontare la realtà”. C'è fortissimo, invece, il senso dell'atmosfera. Sì, perché noi solo raramente sappiamo riconoscere le atmosfere, il mondo ci sembra tutto uguale, le giornate ci appaiono ripetitive, il succedersi delle stagioni ci sfugge. Quando siamo così, siamo in pericolo. Un mondo guardato superficialmente, di sfuggita, pensando ad altro, non è umano davvero. (…) Ma la Nöstlinger (…) si prende cura di noi e ci aiuta, ci induce a guardare meglio, a prendere coscienza, a capire anche cose indecifrabili, stranissime. 
E lo fa attraverso i suoi personaggi: Barbara, Anika, Julia, Sebastian, Stefan. Adolescenti disordinati, chiassosi, provocatori, impertinenti, saggi, spietati, insicuri, contraddittori, spavaldi e fragili. In cerca di una loro identità sessuale, di una loro autonomia e dignità, non sanno ancora cosa vogliono ma provano, fanno tentativi, prendono strade che non ci si aspetterebbe e riflettono su loro stessi in modo sconclusionato ma autentico. 
La Nöstlinger non ci risparmia mai nessuna sgradevolezza. I suoi libri sono pieni di gabinetti, dita nel naso, cattivi odori, foruncoli, sporcizia, urli, imprecazioni2. (…) C'è proprio tutto, e senza censure, senza attenuazioni, quel che va detto va detto3. (...) Impressiona il suo coraggio, è un coraggio vero che non si concede smargiassate, che non si traveste con l'audacia superficiale di chi ama la facile volgarità4
Per queste ragioni i suoi romanzi piacciono: perché sono autentici attendibili e credibili. Riescono a parlare il linguaggio dei ragazzi e a mediare tra le verità "solidificate" degli adulti e le domande, le esigenze, le intemperanze dei nuovi pre-adolescenti. 

Ho letto Due casi disperati tre anni fa in quinta elementare ad una classe che ho seguito dalla prima. Gli altri non ho potuto proporli perché si rivolgono a ragazzi più grandi, delle scuole secondarie.
Anika                                              Barbara e Stefan



In quarta e in quinta i nostri alunni non sono già più bambini e il linguaggio degli insegnanti forse dovrebbe essere diverso, così le regole e i confini dovrebbero adeguarsi al nuovo profilo dei
ragazzi con cui entriamo di volta in volta in relazione. Nel corso degli anni sono sempre loro, hanno gli stessi nomi, ma il corpo cambia. La ricerca dell'identità, della corporeità non sono quelli di quando avevano sei-sette anni. È innegabile.
Come parlare a/con loro? Non certo con prediche, con discorsi adulti e retorici.
La voce ci viene in aiuto quando sa farsi appassionata interprete di storie fantastiche ma vere, letterarie ma vicine alla realtà quotidiana. 

Leggendo un bellissimo libro che racconta la storia del progetto Chance, Insegnare al principe di Danimarca5, trovo parole che descrivono gli adolescenti in un modo sorprendente per l'energia e l'empatia che suscitano. Carla Melazzini, l'autrice, parte da qui: non si può pretendere che un adolescente parli e discuta e analizzi e comprenda eventi tragici che sono accaduti e che accadono fuori di lui e intorno a lui. Perché l'adolescente ha una propria memoria storica, incarnata nel corpo che cresce. La sua memoria è fatta di tutte le relazioni funzionali e disfunzionali che ha intessuto dalla nascita a quel momento. Gli adulti con cui ha stabilito rapporti non sempre sono (stati) attendibili e in grado di guidarlo, di sostenerlo.
I ragazzi e le ragazze cosa cercano, cosa chiedono? Il rispetto dei loro sentimenti. Quali parole possiamo offrire al bambino-adolescente perché si possa avviare un dialogo fondato sul riconoscimento dei loro bisogni, delle loro emozioni? Le parole di un testo letterario, il cui mediatore siamo noi, gli insegnanti, purché non aggiungiamo alcunché. Leggere e basta.
Che la lettura abbia inizio, dunque.

           Sebastian  e Evamaria                                            Julia
Barbara, Anika e Julia6 sono tre adolescenti alle prese con genitori cui spesso devono fare loro da adulti responsabili. Le mamme si fanno in quattro per mandare avanti la casa e la famiglia. I papà, nel caso di Barbara e Julia, vivono altrove per motivi diversi: il papà di Julia è fidanzato con un'altra donna, il papà di Barbara si allontana dalla famiglia perché estenuato dai rimproveri acidi della suocera, donna invadente e brontolona che gli rimprovera l'infelicità della figlia. Le ragazze hanno una loro vita indipendente da quella dei genitori. Le mamme lavorano tutto il giorno e con difficoltà riescono a conciliare il lavoro fuori casa, sottopagato, con gli impegni familiari. 

Ora di crescere

Nel caso di Anika, la madre ha rinunciato al lavoro per occuparsi della figlia, che però non riesce a stabilire con la Madre un rapporto positivo e comunicativo. In casa sua i genitori si comportano in modo molto infantile, sembrano spiazzati dai comportamenti e dalle nuove emozioni di Anika, alle prese con l'innamoramento, con i primi appuntamenti e con stati d'animo contrastanti.
Julia si innamora di un ragazzo più grande di lei e scrive nel suo diario tutto ciò che le accade dal compimento del suo quattordicesimo compleanno: uno stress totale! Le incomprensioni con la mamma, i contatti con le varie fidanzate del papà, i week-end strampalati col padre, gli alimenti in arretrato, le litigate pazzesche tra i genitori divorziati, la conoscenza, il corteggiamento e la frequentazione con Stefan, giovane studente lavoratore, impegnato socialmente e legato alla Teologia della Liberazione. Non c'è mai un momento per respirare. 


Che stress!
C'è da dire che le adolescenti di queste storie vivono tutte concentrate nelle loro vicende familiari, relazionali e passionali. Non una di loro sembra interessata ad altro, se non ad aiutare la famiglia a risolvere situazioni difficili o a ristabilire equilibri incrinati nella relazione tra i genitori, come nel caso di Barbara. Urla, dispetti, cattiverie, rimproveri, incomprensioni: tutto emerge e arriva ai ragazzi attraverso la voce che legge e interpreta gioia, rabbia, ira, entusiasmo, sollievo delle protagoniste. Barbara riesce a far riavvicinare i genitori, che litigano a causa della loro casa in costruzione che assorbe tutte le finanze familiari ridotte all'osso, motivo di discussioni furibonde in famiglia in presenza dei figli. Litigi e imprecazioni che rimbombano sui pianerottoli e per le scale di un condominio popolare, dove gli appartamenti non dispongono del gabinetto che deve essere condiviso tra vicini di casa impiccioni, maldicenti e bisbetici. Barbara, per prendere le distanze dal pesante e triste clima familiare, trova rifugio in casa di un suo compagno di scuola, un caso disperato. Entra così in rapporto con una famiglia del tutto diversa dalla sua, con problemi difficili ma differenti. Le relazioni si approfondiscono, si creano legami forti, affettivi, fondati sulla schiettezza e sulla fiducia.
Attingendo a risorse inesauribili, le tre ragazze riescono a far fronte alle loro situazioni “disperate”. In ogni esperienza, in ogni avvenimento, in ogni istante, loro ci sono, pienamente. È ora di crescere: sono ore vissute con intensità, con le passioni degli adolescenti. Gli stati d'animo sono espressi senza reticenze: la rabbia, la gioia, l'appagamento. Tutti i ragazzi possono riconoscersi nelle manifestazioni delle emozioni, nei personaggi maschili e femminili perché ad ogni protagonista donna fa da contrappunto un comprimario uomo.
Più complesso si presenta Bonsai7, il romanzo centrato sulle rocambolesche vicende di Sebastian, adolescente egocentrico e narciso alla ricerca della propria identità sessuale. La Nöstlinger riesce ad adattare il linguaggio e lo stile della scrittura alla personalità del ragazzo, immaginando che sia lui a scriverlo, sotto forma di diario. Rispetto agli altri romanzi questo si presenta più complesso, nella forma e nel contenuto. 
Sebastian riflette tantissimo su se stesso, elabora teorie e costruisce complicati sistemi filosofici in cui egli stesso rimane aggrovigliato. Pensa e scrive in modo elaborato, sottile, con frequenti punte di salace ironia. Sembrerebbe che solo sua cugina lo capisca. Ed è l'unica, in effetti, che lo segue nelle sue congetture e nei suoi esperimenti nel momento in cui inizia a interrogarsi circa le proprie pulsioni sessuali: sono o non sono omosessuale? Sebastian vive con la madre avvocato a Vienna, in una grande casa in cui solo raramente sente la mancanza del padre, stabilitosi negli USA con una nuova famiglia. La Mater è perennemente impegnata nel proprio lavoro o nell' improbabile attività di scandagliare l'animo del figlio, così basso di statura per la sua età da venir chiamato col nomignolo di Bonsai. Sebastian, a parte l'altezza, è ben proporzionato, è di bell'aspetto e piace molto a un'altra protagonista delle vicende, la cugina Evamaria una cui trovata scatenerà tutta una serie di comici eventi che si concluderanno con un finale rumoroso, doloroso ma lieto. Il romanzo ruota dunque attorno a due adolescenti: il tormentato Sebastian e l'esplosiva Evamaria. Sarà lei a sciogliere il dramma e a rasserenare il tortuoso cugino. I due ragazzi discorrono di sesso senza inibizioni, con naturalezza: nessuna volgarità emerge a turbare la fluidità e la gradevolezza della lettura. Non si può non ridere delle avventure sfortunate di due adolescenti che, senza l'aiuto e la guida degli adulti (impegnati a sciogliere i loro drammi personali), si avviano a scoprire con paure, inibizioni, entusiasmo, slancio e fughe, il proprio corpo e l'attrazione verso quello di un'altra persona, diversa ma uguale per emozioni e bisogni.
Per Christine Nöstlinger ogni cosa deve essere chiamata col proprio nome: i ragazzi devono potersi identificare e riconoscere in storie vere, oneste, credibili. Lo sviluppo sessuale dei giovani non ammette sofisticazioni: lo stesso Sebastian a un certo punto si accorge di non poterne più di  tutto quel filosofeggiare e con un teatrale gesto liberatorio lancia un libro di Nietzsche su un cumulo di letame. 

Recensione pubblicata nella rubrica Letture del n° 2/20014 di CE, la rivista del MCE. 

1Antonio Faeti, prefazione a Due casi disperati, Bur ragazzi, 1999. pagina 6
2Ibidem, pagina 5
3Antonio Faeti, prefazione a Ora di crescere, Bur ragazzi, 1997, pagina 6
4Ibidem, pagine 6 e7
5Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio editore, 2011
6Protagoniste, rispettivamente, di Due casi disperati (consigliato a partire dagli 11 anni), Ora di crescere (consigliato a partire dalla terza media) Che stress! (consigliato a partire dalla terza media). Che stress! Diario scoppiato di una teen-ager è edito dalla Salani, 2006
7Christine Nöstlinger, Bonsai, Salani editore, 2005. (Consigliato a partire dalla terza media)

venerdì 27 dicembre 2013

MASCHIO O FEMMINA?

Recensione di Iara Ciccarelli Dias

Copertina dell'edizione del 2003
Titolo: Extraterrestre alla pari
            Autrice: Bianca Pitzorno
           Illustratrice: Emanuela Bussolati
                                         Edizioni EL, 2003
                                         Consigliato a partire dai 10 anni
                 

 
L'arrivo di un astronabus spaziale non è questione di tutti i giorni.
Soprattutto se si tratta di un'astronave speciale che porta sulla Terra una creatura del pianeta Deneb, la stella più brillante della costellazione del Cigno1.
Protagonista di questa storia è Mo, un*2 bambin* di 29 anni denebiani, corrispondenti ai 10 anni terrestri.
Il romanzo di Bianca Pitzorno, Extraterrestre alla pari, cattura immediatamente la curiosità del lettore3, facendolo entrare nel vivo della vicenda. Mo, appena atterrat* in Italia con i suoi genitori, incontra la famiglia Olivieri che l'ospiterà per dieci anni come un* figli*, come previsto dal programma di scambio reciproco promosso dall'I.R.T.D. (Istituto per i Rapporti Terra Deneb). Si creano subito delle frizioni tra le due famiglie a causa del sesso di Mo: è maschio o femmina?
La famiglia Olivieri crede di ospitare un maschio, deduzione affrettata dipesa dal fatto che il nome della creatura termina con la o4. L'aspetto, del tutto uguale a quello dei ragazzini terrestri, non tradisce l'appartenenza a un genere piuttosto che a un altro e quando i terrestri vengono a sapere che non si conosce il sesso di Mo, sono disorientati, addirittura indignati. Si arrabbiano e minacciano di non accogliere più Mo. 
Bianca Pitzorno


A questo punto il lettore non potrà abbandonare il libro, andrà fino in fondo per scoprire «che cosa è»5 Mo. A quanto pare sulla Terra è importantissimo conoscere il sesso delle persone: «Se non sappiamo se è maschio o femmina, in quale modo ci dovremmo comportare con lui/lei? (…) Da noi sulla Terra con una bambina ci si comporta in modo differente che con un maschietto»6.
Sono le parole del signor Olivieri, sbigottito e disorientato  di fronte alla sorpresa del non-sesso di Mo. I genitori denebiani, a loro volta, non comprendono l'agitazione dei terrestri, non capiscono perché la conoscenza del sesso sia così cruciale per l'educazione e la crescita dei figli: su Deneb «per aiutarli a crescere occorre conoscere il carattere dei nostri bambini, le loro tendenze, i loro desideri... non se sono maschi o femmine. Questo interesserà semmai loro quando da   adulti desidereranno metter su famiglia, se ne avranno voglia ».7

La prima edizione del libro è del 1979. Leggendolo, si scopre con meraviglia la sua attualità: il tema affrontato nella storia fa discutere ancora oggi; pone genitori e insegnanti di fronte a questioni importanti legate all'educazione di genere. Le classi in cui lavoriamo sono miste, composte da bambini e bambine che nell'abbigliamento, nei giochi, nei discorsi, nelle discussioni guidate “tradiscono” diverse rappresentazioni del genere cui appartengono. Come possiamo intervenire noi adulti, cresciuti in una cultura stigmatizzata, allevati spesso secondo modelli tradizionali? Come aiutarli a crescere con maggiore libertà, coscienti delle etichette, dei modelli inculcati da una cultura sessista maschilista e patriarcale? 

Ho letto Extraterrestre alla pari ad alta voce in quinta elementare. Fattori di natura diversa mi avevano suggerito questo titolo.
In classe si percepiva una tensione sottile nei rapporti tra i maschi e le femmine, soprattutto tra alcuni bambini. I diverbi scoppiavano in giardino, durante la ricreazione. Riguardavano i giochi, le amicizie, le gelosie. I bambini si insultavano e si offendevano, rimproverandosi reciprocamente atteggiamenti che in realtà mettevano in atto sia i maschi sia le femmine. Questo è stato di certo il fattore determinante nella scelta.
Un ruolo non secondario aveva giocato anche il lavoro che stavamo sviluppando in Italiano: l'analisi di pubblicità televisive di marchi famosi. I testi dei bambini, oltre ad essere molto divertenti, erano puntuali, critici, spietati quando si trattava di pubblicità che reclamizzavano le automobili, i prodotti per l'igiene femminile e per la pulizia domestica. Leggendoli, si aprivano spesso dibattiti legati al tema dei ruoli sessuali: perché la donna è sempre associata alla pulizia della casa e l'uomo no? Perché pubblicizzano saponi solo per l'igiene intima femminile? Perché quando devono vendere una macchina c'è una donna mezzo nuda?
Non mi ero sbagliata nella scelta: il libro ha interessato tutti i bambini, facendo venire allo scoperto, con acute osservazioni, anche quelli di solito più chiusi. Procedendo nella lettura, i discorsi in classe si facevano sempre più vivaci. Gli interventi partivano dal romanzo e si estendevano ad abbracciare i problemi di tutti i giorni, scolastici e familiari. Si parlava delle frasi fatte e dei luoghi comuni connessi al piangere; dei modelli culturali che impongono colori differenti per i due generi: l'azzurro e il rosa, i colori scuri e i colori pastello.

Dopo un primo periodo schizofrenico in cui Mo è costrett* ad alternare l'identità maschile e quella femminile, la mamma terrestre, in attesa dei risultati dell'esame del sangue che avrebbe assegnato il sesso a Mo (analisi autorizzata dalla famiglia denebiana), decide di sottoporre la creatura spaziale a un test psicologico. Secondo i risultati del test, poco attendibile dal punto di vista scientifico, Mo apparterrebbe al sesso maschile. La signora Lucilla porta immediatamente Mo dal barbiere e gli sottrae la sua bambola denebiana, perché «non era il caso che continuasse a giocare con le bambole come una femminuccia»8.
Più avanti, nel romanzo, la scrittrice descrive la trasformazione avvenuta in tutti i componenti della famiglia terrestre appena i risultati delle analisi ufficiali attribuiscono a Mo il sesso femminile. Cambiano l'arredamento della stanza, i colori della tappezzeria, delle tende e dei quadri. 
Cambiano i libri, i giocattoli, i giochi che Mo può fare. 
Illustrazione di Emanuela Bussolati


Mo si interroga sul significato di essere donna, sui ruoli di genere, sui rapporti amicali maschili e femminili.Mo non può più salire sugli alberi, non può correre, saltare, sporcarsi e andare a giocare con la sua banda. Anche perché la banda la rifiuta, appena Mo rivela di essere in realtà una ragazza. Ma Mo è sempre Mo, cosa cambia? Cosa è cambiato da prima che era maschio e ora che è femmina? Cambia tutto. Cambiano i colori dei vestiti, cambia la possibilità di esprimere i propri sentimenti apertamente, cosa che non le era consentito quando era maschio. Cambia che ora non suscita imbarazzo la sua abilità nello svolgere i lavori domestici, la sua bravura a lavorare la maglia e a dirigere la casa. 
Non spazientiscono più le sue doti
molteplici, che i terrestri avevano difficoltà a incasellare in un'identità piuttosto che in un' altra.
Alla fine del romanzo Mo è estenuata: si accorge di non essere mai davvero se stessa, di non trovarsi a suo agio con i terrestri. Si preoccupa di essere diventata ipocrita e meschina perché non le è permesso essere quello che è, Mo, con i suoi interessi piaceri desideri bisogni passioni curiosità comportamenti. Con i suoi sentimenti, che non hanno sesso.
Illustrazione di Emanuela Bussolati
Incontrandosi con un suo amico scienziato, Mo scopre casualmente di poter tornare sul suo pianeta prima dello scadere dei dieci anni prefissati. Decide di partire. Ma non da sola: porta con sé la cugina Caterina, imprigionata dai consigli, divieti e pregiudizi familiari; la sua amica Maria, che vuole crescere libera dall'obbligo di vestirsi con abiti femminili; la piccola Stella, la figlia di Anna. Anna è la sorella scienziata della madre terrestre di Mo: per timore di essere criticata e vessata per le sue scelte (andare per un anno in America per studiare la coda di una cometa lasciando il marito ad occuparsi dei bambini) ha rinunciato a fare ciò che ama (l'astronomia) e si sta spegnendo. Ma Stella deve vivere in modo diverso, senza che qualcun altro scelga per lei ciò che può diventare solo per il fatto di appartenere a un genere che, in Italia, ancora non è considerato davvero alla pari di quello maschile.


Questa recensione è stata pubblicata nella rubrica Letture del n° 4/2013 di CE, la rivista del MCE edita dalla Erickson

1 Bianca Pitzorno, Extraterrestre alla pari, Einaudi ragazzi, 2003. http://www.biancapitzorno.it/
2 Il simbolo * sostituisce la desinenza perché ancora non si conosce il sesso del protagonista. Richiama la scelta stilistica dell'autrice che tronca il finale dei nomi e dei pronomi riferiti ai denebiani, la cui lingua ha il genere neutro.
3 Il romanzo è consigliato a partire da 10 anni.
4 L'equivoco nasceva anche dal fatto che in una lettera in cui presentavano Mo, i genitori dell'extraterrestre si erano riferiti a lui traducendo i pronomi e gli aggettivi neutri che lo riguardavano col maschile. In italiano infatti non esiste il genere neutro e si usa il maschile quando non si conosce il sesso di una persona o quando ci si riferisce a un gruppo di persone non dello stesso genere. Pagine 17, 50, 53.
5 Pagina 12
6 Pagina 12
7 Pagina 15
8 Pagina 94

martedì 12 novembre 2013

IO SONO ME STESSO

Recensione di Iara Ciccarelli Dias


Testo e illustrazioni di Leo Lionni       
Pezzettino
Traduzione di Maria Marconi

Bababum di Babalibri, 2011
40 pagine
formato 15 x 19
Consigliato a partire dai 5 anni







Quando ho cambiato area di insegnamento e dall'ambito linguistico sono passata a quello scientifico temevo di perdere la magia della lettura ad alta voce: pomeriggi interi trascorsi a leggere libri ai bambini. È un luogo comune credere che la lettura spetti solo al collega di lingua. La prima volta che, nella veste di maestra di Matematica, ho aperto un libro davanti alla classe, i miei alunni hanno esclamato: «Perché leggi? Non sei mica la maestra di Italiano!» Ora, in seconda, mi sembra non siano più tanto smarriti e disorientati quando accenno a leggere un libro durante “le ore dei numeri”. Non è più così spiazzante il fatto che per avviare un lavoro di aritmetica o di geometria la maestra racconti una storia, che si tratti di una fiaba classica come Hänsel e Gretel o di una storia contemporanea come Pezzettino di Leo Lionni1, che ci sta accompagnando nelle esplorazioni geometriche. 

Perché non avvicinare i bambini alla geometria in modo piacevole e divertente, stimolandoli a giocare con le linee e le forme, con le figure piane e solide che trovano ovunque intorno a loro?
Quest'anno, il punto di partenza del percorso 
di geometria è stato un libro che racconta le avventure di un pezzettino di carta a forma di omino, Giac-omino2, che un bambino ha ritagliato e poi abbandonato sulla scrivania. Un puntino attira l' attenzione di Giac e lo invita a visitare la sua città. L'omino di carta parte alla scoperta di un mondo fantastico.

«Tutto è fatto di punti e di linee: il tavolo, la lavagna, la nostra aula...», osservano i bambini, cui sta piacendo molto seguire Giac-omino nel suo viaggio a Puntinia, a Lineapoli e a Roccaquadra. È come se anche i bambini e le bambine della II A stessero compiendo un viaggio, in compagnia di alcuni libri preziosi, come Il paese dei quadrati (+ il paese dei cerchi) di Francesco Tonucci3 che in prima ha contribuito a presentare le figure geometriche e i blocchi logici di  Zoltan Dienes in modo attivo e giocoso.

Tout se tient”, secondo un percorso lineare e non solo: lavorare con i bambini significa seguire i loro pensieri, le loro concettualizzazioni e stare sempre in ascolto di ciò che dicono ed esprimono durante le attività individuali e collettive. Se si è in sintonia con i bambini, succede che il lavoro compia delle capriole e delle deviazioni per legare “i pezzi”  del percorso. I Viaggi di Giac, per esempio, hanno riportato immediatamente alla memoria la storia di Tonucci: i bambini si divertono a immaginare che Roccaquadra sia in realtà il Paese dei Quadrati diventato tanto grande da sembrare una fortezza. Pezzettino invece è entrato nelle avventure di Giac attraverso un'azione creativa personale: avevo bisogno di un espediente fantastico per far conoscere ai bambini questo albo in un momento preciso delle attività di geometria. Ho così interrotto la lettura del libro di Elve Fortis de Hieronymis per inserire una parte di mia invenzione che avrebbe legato le due storie (Giac e Pezzettino) senza fratture. I sassolini che lasciamo sul sentiero assumono per i bambini un grande significato se la narrazione, scritta o orale, sa tenerli insieme creando una cornice di senso dalla forte valenza affettiva.


Lasciata Lineapoli, Giac-omino arriva a Roccaquadra a pezzi.
«A pezzi?» esclamano i bambini. Sì, è tanto stanco che non sa più chi è. Allora decide di riposarsi un po' e chiude gli occhi. Fa un sogno molto particolare.
Nel sogno è un Pezzettino. «Di cosa?» sento chiedere in coro. A questo punto prendo l'albo di Leo Lionni, breve come un pisolino ma denso e misterioso come un sogno e una fantasia. Lo leggo mostrando le illustrazioni, coloratissime e molto particolari per la diverse tecniche con cui sono state realizzate. 

La lettura è interrotta e arricchita da osservazioni sui colori caldi e freddi, sulle sensazioni suscitate dall'acqua del mare che “sembra olio e petrolio”. 
Ognuno dice qualcosa e così lo leggo di nuovo, su richiesta dei bambini, catturati dai nomi degli amici di Pezzettino, che “sono fatti tutti di tanti quadratini!”. Passo di banco in banco, di sedia in sedia per mostrare a ciascuno le immagini di 
Quello-Che-Corre, Quello-Forte, 
Quello-Che-Nuota... 
gli altri protagonisti-aiutanti della storia. 
 
Nell'albo si racconta di un quadratino arancio-rosso che vuole scoprire se per caso è la parte mancante di qualcun altro, poiché si percepisce piccolo e insignificante. Si rivolge ai suoi amici, grandi e sicuri di sé e a tutti pone la stessa domanda: - Scusa... per caso sono un tuo pezzettino?4- A quanto sembra, però, a nessuno di loro manca una parte. Dietro il suggerimento di Quello-Saggio, Pezzettino salpa alla volta dell'isola Chi-Sono. E qui accade che per la stanchezza inciampa cade e si rompe in tanti pezzetti. Adesso Pezzettino sa che anche lui è fatto di tanti pezzetti.  Quando torna indietro, Pezzettino trova i suoi amici ad accoglierlo a riva e molto felice esclama - Io sono me stesso-.5

«Tutti siamo fatti di tanti pezzi!»
«Anche una cosa piccola piccola è fatta di tanti pezzettini piccoli piccoli».
«È vero, bambini. Anche una persona minuta e bassa di statura è completa in sé e non le manca nulla».
Pezzettino ha tante potenzialità. Il senso della storia si coglie all'istante, per cui non è necessario soffermarsi a parlare del messaggio: è insito nella forma  stessa delle figure che punteggiano il libro.
I bambini, entusiasti,  si mettono subito a disegnare la loro creatura immaginata, fatta di tanti quadratini colorati. Ciascuno è intento a tracciare linee spezzate che formano quadrati, che a loro volta formano una figura che ha bisogno di un nome per essere riconosciuta. Nasce così un album rilegato che contiene tutte le creature inventate alla stregua di Leo Lionni. 
 
Sarebbe interessante proseguire il lavoro proponendo ai bambini di riprodurre con la tecnica del collage una delle creature del libro, usando dei cartoncini colorati tagliati da loro stessi in tanti pezzettini che poi andranno a comporre la figura che più gli piace. Me li immagino tutti concentrati, con le mani veloci che ritagliano pezzetti piccoli e quadrati che il vento sparpaglia in giro a suo capriccio. Ne potrebbe venire fuori un grande quadro corale in cui tutte le creature si presentano alle altre con il proprio nome e con la propria quantità di pezzettini, disposti in modo diverso a seconda del confine che formano.


Quando si sveglia dal sonnellino, Giac-Omino si sente riposato e intero, in grado di affrontare la nuova avventura. Varca così la grande porta di Roccaquadra, dove vivono tanti piccoli Quadresi a forma di cubetti sovrapposti.
NOTE

1 Leo Lionni, Pezzettino, Bababum (collana della Babalibri che ripropone in formato tascabile i titoli più amati del catalogo). Leo Lionni è scomparso nel 1999. Era grafico, pittore, scrittore e illustratore. http://www.babalibri.it/catalogo.asp?collana=Bababum&col=6&ricerca=collana
2 Elve Fortis de Hieronymis, I viaggi di Giac, Le Rane Interlinea. Elve è scomparsa nel 1992. E' stata scrittrice, illustratrice e ideatrice di giochi didattici. http://www.interlinea.com/lerane/index.htm
3 Francesco Tonucci, Il Paese dei quadrati (+il paese dei cerchi), Orecchio Acerbo. Maestro elementare, ricercatore presso il CNR, ideatore del progetto La città dei bambini. Con lo pseudonimo Frato è anche un disegnatore. http://www.lacittadeibambini.org/progetto/motivazioni.htm
4 Leo Lionni, Pezzettino, Bababum. Pagina 10
5  Leo Lionni, Pezzettino, Bababum. Pagina 36.  (L'albo in realtà non riporta il numero delle pagine.   Le ho indicate io per segnalare le citazioni)